martedì, 17 Marzo 2026

L’intervista. “Temporary life”, il realismo liquido di Vincenzo Villarosa

Freedom Interview

 

di Marco Melillo

 

Cosa ci convince di aver ritrovato qualcosa di umano nei racconti istantanei e brevi che oggi la vita sa offrire? Come riusciamo ad immedesimarci nelle esperienze e vite altrui, se difficilmente il nostro “ascolto” va al di là di quel momento?
Temporary life” di Vincenzo Villarosa prova a prolungare e conservare questa frazione di tempo per metterci di fronte all’atto incompiuto della memoria, deteriorato continuamente dal vortice comunicativo in cui siamo quotidianamente versati.

11 racconti scritti con semplicità di stile e numerosi punti di vista individuali resi accessibili a chi solo voglia leggerne, compongono il piccolo puzzle di questo testo, esordio narrativo del sociologo. In essi la provvisorietà è il luogo comune – nel senso di esperienza da tutti verificabile – in cui va in scena quasi inaspettatamente la coscienza, come presentandosi improvvisa protagonista di un tempo in cui i cambiamenti sociali sembrano fagocitarla facilmente.

Abbiamo raggiunto l’autore a margine di una delle presentazioni del libro.

Se pensiamo ad un cambiamento “incessante” – come Bauman usava l’aggettivo per definire la modernità liquida – non possiamo non pensare alle tecnologie informatiche ed all’intelligenza artificiale. Sono parte importante del nostro “abito sociale”. Che ruolo giocano nella possibilità o impossibilità di creare legami “permanenti” al di là delle condizioni di vita?

Se le “protesi tecnologiche” a nostra disposizione, i pc, i cellulari e i Social sempre più efficienti ma anche invadenti, sono usati come “strumenti” a disposizione delle persone per le loro necessità di relazione in una società complessa, va tutto bene. Sono nate come “mezzi”, in teoria, per offrire più possibilità di comunicazione tra le persone, ma nella pratica quotidiana spesso diventano “fini” e sono gli esseri umani a diventare strumenti per far funzionare la comunicazione telematica globale e il suo “business” planetario. E allora diventiamo “utenti, “clienti”, “profili personali” e la nostra comunicazione può essere addirittura impoverita nei suoi contenuti. I contenuti invece sono importanti per la qualità delle nostre relazioni affettive e sociali, soprattutto per renderle stabili nel tempo di vita oltre che in quello del lavoro. Sia ben chiaro: non bisogna “demonizzare” le grandi possibilità che le tecnologie ci offrono, ma usarle senza che prevalga l’illusorio senso di onnipotenza per le elevate prestazioni che l’era digitale ci fornisce, abbattendo le tradizionali barriere dello spazio e del tempo.

In “Temporary life” la necessità del racconto viene chiaramente in evidenza grazie ad uno stile asciutto ed essenziale. Sembra che lei abbia già appreso una delle principali virtù dello scrittore: il saper essere spettatore. In un passo si dice: “Le persone parlano tanto ma non sanno ascoltare”. Come si può guarire secondo lei da questa forma di individualismo?

Come si fa a guarire da una malattia se questa non è percepita come tale, ma anzi viene vissuta come un progresso che migliora le nostre capacità personali per farci raggiungere più opportunità nella vita sociale? In realtà, siamo soli davanti allo smartfone o al pc anche se raggiungiamo “virtualmente” tante persone e in tanti luoghi.

Se usiamo questi servizi per poi vivere “realmente” là fuori nel mondo, possiamo davvero uscire dal nostro individualismo e creare reti sociali di riferimento lavorative, culturali e affettive.

Il problema è che all’interno del Sistema Globale della produzione, della commercializzazione e del consumo di cui questi straordinari mezzi fanno parte, assieme a noi che li usiamo, prevale sempre l’aspetto “quantitativo” e di controllo, su quello “qualitativo” e di relazione. Alla fine, ci sentiamo liberi e invece siamo soli, pensiamo di essere serviti e in realtà siamo servitori.

“Temporary life” copertina

Sartre, Camus, dalla libertà come scelta dell’essere all’assurdità della vita come condizione. Quanto ci conviene ancora oggi “demolire” le esperienze ed il senso che vi leghiamo volta per volta, per vivere appieno?

È vero, proprio la “vita temporanea” che sperimentiamo nel mondo attuale ci fa pensare che siamo condannati, nel bene e nel male, ad essere liberi e che la condizione umana sia dominata dall’assurdo. E proprio questa consapevolezza, forse, può ridare un significato e motivazioni alle nostre azioni individuali, qui e ora, e alle nostre scelte di vita nella comunità della quale facciamo parte.

In tutte le epoche di transizione della storia dell’umanità, l’abbandono delle certezze tradizionali e l’apparire di nuove visioni del mondo e delle relazioni umane hanno portato incertezza e paura nelle psicologie individuali e conflitti e violenze nei comportamenti sociali.

Oggi, questa “temporaneità” esistenziale sembra essere diventata il modus vivendi – come recita il titolo di un illuminante testo di Zygmunt Bauman – che si è liberato dalle cristallizzazioni materiali e di valore del tempo passato. L’incantamento delle epoche passate è finito, ma sembra sparita anche la capacità di inventare altri incanti oppure di progettare futuri mondi vitali.        

Vincenzo Villarosa, sociologo e “sociologo di strada” come lei ama definirsi. Che cosa vuol dire esattamente e come la sua attività professionale influenza la sua passione letteraria?

Dopo gli studi accademici, ho lavorato nel campo del disagio sociale: dall’esperienza in una struttura pubblica per la salute mentale a quella presso una comunità di accoglienza per minori a rischio e così di seguito. Queste esperienze sono state determinanti per la mia visione del mondo e per le scelte di vita personali. Mi definisco “sociologo di strada” perché è la condizione esistenziale che mi ha permesso, in tanti anni, con i suoi limiti ma anche con incredibili aperture, di vivere assieme alle persone di cui mi occupavo e negli ambienti sociali più diversi, diventati poi materiale “vivo” per le mie riflessioni in articoli, saggi e poi per la scrittura creativa. Senza queste esperienze non avrei mai scritto “Temporary life”. 

Sulla città in cui vive, lavora, scrive: Napoli è un luogo sospeso sulla coscienza del tempo. Perché secondo lei sembra vivere aspettando Godot?

No, non direi che Napoli è sospesa sulla coscienza di un tempo e che non mi sembri del tutto consapevole di ciò che accada e dell’incerto futuro del suo spazio ambientale.

La “Fast Life” nella quale siamo immersi spaccia il ritmo intenso e la quantità del suo stile di vita per pienezza dell’essere al mondo, ma le tante emozioni che viviamo di rado si trasformano in un sentimento e tanto meno in una concezione della vita sociale.

La città partenopea per molti versi non aspetta niente e nessuno, ma è testimonianza vitale e contraddittoria, ambivalente ma reale – come altre metropoli “difficili” e affollate del pianeta – a smascherare il “luogocomunismo” e le etichette modaiole con le quali la società, l’economia e la politica, ad arte, cercano di impedire una comprensione più cosciente e critica dell’esistenza contemporanea.

 

“Temporary life” di Vincenzo Villarosa, ed. Homo Scrivens, pp.137, 14 euro

 

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