MORIRE D’INNOCENZA






 

Malagiustizia

di Cinzia Marchegiani

Cagliari – Il 2 luglio 1986 è la data della sentenza di morte che l’Italia ricorda come il “Caso Scardella”. Sono passati 31 lunghi anni e una vita spezzata ha segnato la storia della giustizia italiana.

Aldo Scardella fu sequestrato il 29 dicembre  1985 dalla polizia ma i suoi familiari seppero il nome del carcere dopo otto lunghi giorni e solo dopo quattro mesi il permesso di vederlo. Gli fu negata per una settimana la possibilità di telefonare e nominare un avvocato. Aldo subì un isolamento assurdo, contro ogni tutela dei diritti umani.
Pochi furono gli indizi, eterei e maledettamente ingiustificati che hanno decretato l’innesco di una vicenda dai contorni opachi con ombre pesanti. Un innocente di 24 anni nelle maglie della giustizia e l’unica forza, quella di un fratello che non si è mai arreso nella ricerca della verità e degli orrori in quel carcere di Buoncammino di Cagliari.
Trentuno anni fa Aldo, nella cella d’isolamento, accusato di omicidio solo per abitare vicino al Bevimarket dove fu ucciso il titolare del negozio e solo per aver comprato il giorno successivo all’omicidio un quotidiano, detenuto come uno dei sicari di Pinna, con un lenzuolo appeso moriva nel silenzio, nella crudeltà di una legge che oggi non esiste più. Per il magistrato accusatore Sergio De Nicola l’imputazione, Scardella poteva essere interessato alle notizie.
Una parte di verità ha visto la luce, figlia di una ricerca affannosa contro il tempo di un fratello che non ha mai accettato un destino macchiato dagli errori giudiziari, senza che nessuno pagasse per la superficialità e la mancanza di rispetto delle leggi, ironia delle stesse leggi che non ammettono la responsabilità civile dei magistrati.
Cristiano Scardella è un uomo cui la legge e la sua discussa applicazione ha sottratto un fratello, lo ha trattato come un mafioso criminale, a cui sono stati negati i diritti fondamentali e sacrosanti. La formalizzazione dell’inchiesta del PM venne svolta oltre 40 giorni i termini consentiti quindi doveva essere scarcerato, così è stato raccontato.

Il caso Scardella rappresenta l’emblema della malagiustizia italiana

Le lettere al Consiglio d’Europa, le interrogazioni parlamentari fotografano un lavoro continuo di Cristiano che non si è mai arreso e rassegnato al destino infame di suo fratello.




Le inchieste svolte dal Parlamento confermarono tutti gli errori e gli orrori giudiziari, il ministro di Grazia e Giustizia, rispondendo ad un’interrogazione avrebbe accertato, che la dottoressa Carmelina Pugliese, giudice istruttore nel relativo procedimento penale, al momento del decesso di Scardella in stato di isolamento dal 29 dicembre 1985 a quasi cinque mesi dalla richiesta di formalizzazione dell’istruttoria, materialmente pervenuta nell’ufficio istruzione l’11 febbraio 1986, non aveva ancora interrogato l’ imputato e si era limitata a svolgere un’esigua attività processuale.

ALDO SCARDELLA SECONDO L’INCHIESTA DOVEVA ESSERE RILASCIATO. PERCHÈ TRATTENERLO, MA SOPRATTUTTO PERCHÈ QUELLO STRANO ISOLAMENTO?

Secondo il ministro, il magistrato aveva omesso in particolare di compiere la maggior parte degli atti istruttori specificamente richiesti dal pubblico ministero, nel trasmettere il fascicolo per la formale istruzione; il cui sollecito espletamento avrebbe potuto consentire la cessazione dell’isolamento del detenuto. Praticamente l’epilogo sarebbe stato diverso.

NESSUNO PAGHERÁ PER LA MORTE E L’ISOLAMENTO DI UN INNOCENTE

“I magistrati che hanno coordinato le indagini, finiti sotto processo disciplinare – racconta Cristiano suo fratello – ricevono la sentenza, il PM ne esce indenne mentre il giudice istruttore, paga con una semplice censura”.

Il destino strano e beffardo restituirà in parte la verità e solo 13 anni dopo la sua morte, su quell’innocente incastrato nelle vite di un gruppo di malavitosi cagliaritani, grazie alla testimonianza del boss che accusandosi di quel delitto, scagionò definitivamente

Aldo ormai morto per mano della violenza psicologica e una carcerazione illegittima, incostituzionale. Quanti articoli, quanto lavoro di ricerca, di recupero degli atti e d’interrogazioni parlamentari e di incessanti riaperture delle inchieste scorrono negli occhi di Cristiano, mai arreso a quell’orribile e ingiusta fine.

La morte di Aldo è l’emblema della giustizia italiana, che con una mano disinfetta, con l’altra sporca il suo operato.

IL CASO SCARDELLA, IL SUO ECO ARRIVA A ENZO TORTORA

Enzo Tortora a due mesi circa la morte di Aldo, uscito dalla sua travagliata vicenda giudiziaria e l’assoluzione definitiva, porta un mazzo di fiori alla tomba dove Aldo riposa. Le sue parole sono di totale condanna per chi amministra la giustizia eludendo ogni forma di dignità umana: “Occorre realmente, se questo paese vuole considerarsi uno stato di diritto, guardare con preoccupazione i fatti tremendi che riguardano i temi della giustizia. E’ ingiusto che un ragazzo, dopo sei mesi di isolamento, s’impicchi.

E anche quando, più in là, lo sopraggiunge la notizia che il CSM comminò la sanzione di censura al giudice istruttore Pugliese, ricordò che Aldo Scardella era il simbolo dell’ingiustizia, poiché una vita stroncata non vale più di una censura. Cristiano diventa il proseguimento della vita di suo fratello.

IL CASO SCARDELLA. L’INTERVISTA A CRISTIANO SU LA7

Cristiano Scardella grazie alla sua capacità di andare oltre, di cercare ossessivamente la verità ha cambiato un percorso fermato a metà che non avrebbe reso giustizia alla memoria e alla vita troppo giovane stroncata senza un perché.

Ora una Piazza in ricordo di Aldo ricorda gli errori giudiziari e come siano fragili le leggi. Ma per l’assurda morte di Cristiano nessuno pagherà, una morte ingiusta figlia degli orrori giudiziari che Cristiano combatte da sempre, da quando è stato risucchiato in questa tragedia, un incubo che ha dovuto combattere contro le stesse istituzioni che rappresentano la giustizia. Un ossimoro, un paradosso che né Cristiano né coloro che amano la verità potranno mai accettare e dimenticare.

 

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