Vermicino. Mamma Franca ricorda la tragedia del figlio Alfredo Rampi. Il calvario iniziava 37 anni fa in diretta TV






 

 

di Cinzia Marchegiani

Chi viveva vicino al luogo della tragedia dove il piccolo Alfredo fu inghiottito da un pozzo artesiano lasciato incustodito non scorderà più il suono di quelle sirene che passavano giorno e notte veloci sulla fettuccia di via di Vermicino. Chi allora era un bambino ha ancora ricordi indelebili di quelle ore, poi diventati giorni di angoscia e speranza che avevano monopolizzato quasi a pietrificare pensieri e azioni di tutta la comunità che pregava e sperava in un miracolo.

Il miracolo non ci fu.

Trentasette anni fa, nel pomeriggio del 10 giugno 1981 il piccolo Alfredo, per tutti Alfredino, cadeva in un pozzo. All’inizio si pensava ad un’altra tragedia, ma mai questa. 

Quando arrivarono i primi soccorritori, il bambino era rimasto bloccato a 36 metri di profondità. Un’impresa impossibile estrarlo dall’alto.

Da quel momento iniziò la maratona televisiva del calvario inedito che purtroppo terminò tredici giorni dopo, quando alle 6,30 del 13 giugno Alfredino fu segnata l’ora della sua morte. Alfredino moriva inghiottito dal pozzo mentre il suo corpo fu recuperato soltanto 28 giorni dopo. Venti milioni di italiani seguirono col fiato sospeso la diretta tv da parte della RAI. Ogni operazione seppur innovativa fu vana. Un epilogo atroce che segnò la nascita della Protezione Civile.

Franca Rampi, la mamma di Alfredino e la testimonianza di tutti gli attimi della tragedia.

Mamma Franca racconta tutte le fasi di questa angosciosa tragedia, dal momento in cui non vedono il loro bambino  ritornare a casa, alla scoperta del pozzo chiuso con una lamiera solo dopo la caduta del figlio (tanto tempo prezioso che  rallentò i primi soccorsi) e poi tutti gli attimi in cui fu tentato di salvare il piccolo che invece scivolava sempre più in basso fino all’arrivo del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini che costernato e incredulo disse: “ Possibile che ci sia stata tutta questa confusione? Possibile che niente abbia funzionato?”:

Questo è il nodo centrale di tutta la storia. Perché la persona che costruì quel maledetto pozzo artesiano lo aveva costruito nel suo terreno, confinante con quello di mia madre. In seguito, proprio alcuni giorni prima dell’evento, aveva realizzato uno sbancamento del terreno stesso che ha fatto sì che il pozzo si trovasse lungo il passaggio di un viottolo di campagna. Esattamente il viottolo che percorreva Alfredino per andare da casa nostra a quella della nonna, mia madre, distante non più di cinquanta metri. Mio figlio faceva la spola da casa mia a quella di mia madre. Il terreno di quel signore era sopraelevato rispetto al nostro e, non essendoci alcun contatto diretto fra i due terreni, di quel pozzo noi non ne sapevamo nulla. Nel momento in cui realizzò lo sbancamento, il pozzo si venne a trovare a livello del viottolo di campagna, una strada che percorrevano tutte le persone della zona, tranne noi che, abitando
a Roma, andavamo solo saltuariamente in quella casa. Il proprietario del pozzo usò come copertura una semplice tavoletta di legno della consistenza di una cassetta di frutta, quindi una vera e propria trappola, come quelle che costruiscono
i bracconieri per catturare la selvaggina.

Noi venimmo a conoscenza dell’esistenza di quel pozzo soltanto dopo che, allarmati dalla scomparsa di Alfredino, iniziammo a cercarlo nei dintorni; i vicini ci informarono dell’esistenza di quel pozzo artesiano e appresa la notizia, immediatamente dissi: “Andiamo a vedere”. Mio marito, preoccupato che fosse caduto lì dentro, mi convinse a restare a casa e andò lui, insieme ai vicini a vedere dove era situato il pozzo per capire se Alfredo potesse trovarsi lì. Ritornò a casa e mi disse: “Franca, stai tranquilla, lì non è potuto cadere perché il pozzo è ben coperto da una lastra di metallo”. Infatti il proprietario, quando sentì che stavamo cercando un bambino, preoccupato, vedendo i pezzi di legno rotti, si affrettò coprire il pozzo con una lastra di metallo, facendo sì che si ritardasse il ritrovamento e si perdesse tantissimo tempo prezioso. Mio marito aveva anche tolto la lastra ed aveva chiamato Alfredino ma lui, forse perché svenuto o perché si era addormentato, non rispose e quindi mio marito si convinse che lì non c’era. Così fu esclusa questa possibilità.
Seguitammo a cercarlo sempre nei paraggi perché sapevo che non poteva essere andato lontano. La polizia con i cani lo cercava dappertutto, nei campi limitrofi, ma io insistevo con il dire a tutti: “Guardate che mio figlio ha sei anni, non può essere andato lontano! Quello che fa da sempre è solo la strada mamma-nonna”.

Il tramonto era ormai avanzato, quando un poliziotto, più testardo e meticoloso degli altri, volle ricontrollare di nuovo il percorso, passando vicino all’apertura del pozzo e lì avvertì improvvisamente dei lamenti provenire dall’interno. Scoperchiò la lastra e scoprì la drammatica realtà. Alfredino era lì dentro. Se ci fosse stata una mentalità della prevenzione, un maledetto controllo su quella chiusura del pozzo nel rispetto delle leggi relative alla costruzione di un pozzo artesiano, tutto ciò non sarebbe mai successo.

Vorrei porre adesso l’attenzione sull’intervento di soccorso che è stato inadeguato sin dall’inizio a causa dell’improvvisazione, ossia della totale mancanza di organizzazione e di programmazione. Dopo aver chiamato il 113 gli agenti giunsero a Vermicino senza torce nonostante fosse già buio. I cani da ricerca andavano ovunque, anche dove mio figlio non poteva essere passato. Avevamo dato loro una magliettina di Alfredino per fiutare l’odore. Poi arrivarono i Vigili del Fuoco del distaccamento locale, i quali come primo intervento calarono una tavoletta di legno che, secondo loro, doveva servire a mio figlio per aggrapparsi e tornare in superficie. Non considerarono che il pozzo artesiano, per sua natura, è più largo in superficie e più stretto verso il basso, quindi la tavoletta si incastrò nella discesa impedendo ogni intervento dalla superficie, bloccando l’ingresso al pozzo e precludendo anche la possibilità di inviare cibo e bevande. Pensate se Alfredino, incastrato in un pozzo del diametro di trentasei centimetri, avrebbe mai potuto aggrapparsi ad una tavoletta e rimanere attaccato per tutto il tempo necessario a completare la risalita!
Nel frattempo i ragazzi preparatissimi ed efficienti della squadra Lazio del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, arrivati poco dopo, trovarono il pozzo già ostruito dalla tavoletta e, con tutto ciò, il capo squadra Tullio Bernabei tentò di calarsi nel pozzo per raggiungere mio figlio, ma la sua corporatura robusta glielo impedì. In seguito giunsero altre squadre dei Vigili del Fuoco coordinati dal Comandante Provinciale dei Vigili del Fuoco Ingegner Pastorelli, il quale prese in mano la direzione delle operazioni. Egli si consultò con i suoi collaboratori e decise di procedere scavando un pozzo parallelo a quello dove si trovava mio figlio. A quel punto i giovani speleologi furono messi da parte e non gli fu più permesso di contribuire con le loro idee alla soluzione del problema.




Ancora oggi sono convinta che i soccorritori più preparati a fronteggiare un evento di questo tipo non fossero i Vigili del Fuoco, ma gli speleologi. Tullio Bernabei, che era a capo del gruppo degli speleologi che vennero ad offrire il loro aiuto ai soccorritori, mi disse anni dopo: “Allora ero molto giovane e, quando fummo messi da parte, non mi opposi in modo sufficientemente duro. Oggi, con la mia esperienza, mi sarei comportato diversamente e avrei imposto di lasciar fare a noi”.

Attualmente ritengo che forse sarebbe stato utile fare un appello televisivo per trovare uno speleologo esperto, con la corporatura e il cuore di Angelo Licheri, il quale purtroppo non aveva l’esperienza necessaria.

Credo che adesso mio figlio sarebbe ancora tra noi. Partì la ricerca della trivella senza considerare la natura del terreno che avrebbe trovato.

Il terreno, dopo il primo strato piuttosto tenero, era composto da roccia: infatti per scavare pochi centimetri si impiegarono ore! Nel momento in cui la trivella incontrò il basalto, la punta si surriscaldò, poiché inadeguata per quel tipo di terreno, e si cominciò a versare molta acqua nel pozzo parallelo per raffreddare la punta, provocando lo scivolamento sempre più in profondità di mio figlio.

Tutta l’acqua versata inevitabilmente arrivò anche nel pozzo in cui si trovava Alfredo: le pareti di fango divennero più scivolose e lui precipitò, dai trenta metri in cui si trovava, ai sessanta.

Successivamente si costruì un collegamento tra i due pozzi che ha comportato un’ulteriore significativa perdita di tempo. In un intervento di salvataggio il tempo è la variabile più importante, soprattutto nel caso in cui c’è un bambino che non può essere in alcun modo alimentato e idratato. In attesa dell’arrivo della trivella, infatti, si cercò di far passare, nelle fessure lasciate dalla tavoletta incastrata, dei “tubicini flebo” contenenti liquidi nutritivi per alimentare Alfredino.

Quando finalmente i Vigili sbucarono nel pozzo artesiano attraverso il tunnel scavato e non trovarono Alfredino dove si aspettavano, furono richiamati gli speleologi affidandosi a loro per un tentativo estremo: calare qualcuno negli ulteriori trenta metri, passando dal cunicolo di collegamento tra i due pozzi.

L’impresa era disperata ma fu tentata lo stesso: il primo volontario, Claudio Aprile, quando vide il pozzo dove doveva infilarsi a testa in giù fu preso da una crisi di nervi, e Tullio Bernabei lo rimandò in superficie; il secondo, Angelo Licheri, riuscì a raggiungere e imbracare Alfredino, quasi al prezzo della sua vita, ma l’operazione non funzionò a causa della posizione del bambino e della quantità di terra e olio da trivellazione che lo ricoprivano.

Nonostante gli errori commessi, mi sembra doveroso, tuttavia, menzionare anche gli aspetti positivi dell’intervento. A tal proposito vorrei sottolineare l’importanza del ruolo svolto dal vigile del fuoco Nando Broglio.

Il suo dialogo con mio figlio è stato per me fondamentale: mi ha salvato la vita. Il suo interloquire continuo con mio figlio, mi liberava dall’angoscia di dover essere io a parlare con Alfredo. Non ce la facevo. Avevo costantemente il suo urlo dentro la testa. Se avessi seguitato a parlare con lui sicuramente sarei impazzita. Nando Broglio è la persona che mi è rimasta più cara in quell’occasione proprio per questo motivo.

Un ultimo aspetto importante dei soccorsi intervenuti fu il ruolo di due psicologi: una dottoressa, inviata dalla ASL, che mi è rimasta sempre vicina e mi ha aiutato a superare quei momenti in cui desideravo morire. Non ce la facevo proprio più e lei, con due parole, mi fece reagire. Mi disse: “Se suo figlio si salva chi potrà aiutarlo se non lei? Non può lasciarlo, deve pensare che suo figlio avrà molto bisogno della sua presenza”. L’altro psicologo, Mimmo Filogamo, mi restò vicino anche e soprattutto nei giorni successivi alla morte di Alfredino, per aiutarmi a superare le molteplici difficoltà.

Voglio adesso parlare di Angelo Licheri  che è rimasto dentro il pozzo a testa in giù per quarantasette minuti. Per poter imbracare Alfredino, si fece tirare ripetutamente su e giù con le corde, ferendosi tutta la gamba, continuamente sfregata lungo le pareti di roccia del pozzo, tanto da rimanere scorticata fino all’osso.

Angelo Licheri ha fatto il massimo, al di sopra di ogni sopportazione umana del dolore, ha rischiato la vita, è stata l’unica persona che è riuscita a toccarlo, è riuscito perfino a imbracarlo, ma non l’ha potuto portare in superficie perché le gambe di Alfredino erano piegate contro la parete, sollevate verso il bacino. Quando uscì, Angelo era senza fiato. Quando arrivai da lui, lo vidi così sfinito che non ebbi coraggio di chiedergli nulla. Gli dissi solo “Stai buono, stai tranquillo”. Desideravo con tutta me stessa sapere cosa era successo, ma provavo per lui una pena incredibile. Mesi dopo lo incontrai, mi raccontò che Alfredino, secondo lui, si sarebbe potuto salvare, scavando con un semplice attrezzo la parete del pozzo in modo che le gambe avessero avuto lo spazio sufficiente per scendere e permettere ai soccorritori, tramite l’imbracatura, di tirarlo in superficie.

Dopo tre giorni di agonia non ci fu più niente da fare, ci dissero che era morto. Cosa feci quando seppi che non c’era più speranza? Feci una cosa automatica, immediata: mi dissi “Non posso accettarlo”, me lo ripetei a voce alta più volte. Parlavo da sola come una pazza, ricordo che c’era un signore che mi guardava sbigottito. Mi ripetevo: “Non posso accettare questa cosa passivamente, devo fare qualcosa”.

 

 

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini era arrivato sul luogo senza avvertire le autorità presenti e mi dissero che era ancora lì vicino, in un viottolo di campagna, nascosto perché non voleva farsi vedere dai mass media, e sopratutto non voleva essere d’intralcio con la sua presenza, sperando di ricevere buone notizie. Decisi di andare a parlare con lui, perché avevo visto troppe cose assurde in quei giorni. Volevo raccontargli tutto: da quando mio figlio si era perso, fino al momento della sua morte. E così feci: raccontai della polizia, della tavoletta, della trivella ecc.. Lui mi rispose:

Signora sono sconcertato, non so che dirle, non ho parole, sono costernato e dispiaciuto. Possibile che ci sia stata tutta questa confusione? Possibile che niente abbia funzionato?’ Veramente non sapeva che dire, rimase senza parole”.

 

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