Attacco a Vandana Shiva. European Consumers: “Solidarietà, la scienziata svela le trappole della royalty dei semi di Monsanto”





 

 

di Cinzia Marchegiani

Quando uno scienziato va contro grandi interessi economici dei grandi lobbisti il ventilatore del fango si aziona, purtroppo solo poche persone al mondo tutelano gli interessi di madre natura ma anche del lavoro prezioso degli agricoltori che diventerebbero oggetto sempre di totale controllo più incalzante da parte di chi detiene il potere della royalty più importante, quello dei semi e non solo!

European Consumers esprime solidarietà alla Prof.ssa Vandana Shiva e biasimo per l’attacco mediatico cui è stata recentemente fatta oggetto[1]. “Vandana Shiva tra l’altro – spiega European Consumers – è stata anche aggredita per le sue posizioni contro la chimica in agricoltura che avrebbe, secondo alcuni, salvato il mondo dalla carestia. In realtà la Rivoluzione Verde ha avvantaggiato solo i produttori di fitofarmaci e le grandi multinazionali agroalimentari e, senza risolvere il problema della fame, causato principlamente da una cattiva gestione delle risorse alimentari globali e locali, ha devastato interi ecosistemi causando crisi economiche ed ecologiche oltre ad aver contaminato tutte le catene trofiche e gli stessi esseri umani”.

MARCO TIBERTI, PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE EUROPEAN CONSUMERS SPIEGA L’ANTEFATTO: “LA SCIENZIATA SHIVA ATTIVISTA INDIANA HA PRESO POSIZIONE SUL SISTEMA AGRICOLO TOSSICO NELL’OLIVOCOLTURA PUGLIESE”

“La causa scatenante di quella che pare avere tutte le caratteristiche della più disinformata macchina del fango – interviene Tiberti – ha origine nel popolare sostegno (https://www.youtube.com/watch?v=aHEv2NGx3GY) manifestato dall’attivista e scienziata indiana in seguito ad una nostra richiesta sul tema del disseccamento degli ulivi in Salento e delle folli politiche pensate per l’olivicoltura pugliese (http://www.europeanconsumers.it/2019/03/18/vandana-for-olive-trees-la-risposta-di-vandana-shiva-alla-lettera-di-european-consumers-tagliamo-un-sistema-tossico-non-gli-ulivi/) spiegando che se una pianta ha vissuto per centinaia di anni adattandosi perfettamente alle diverse situazioni ambientali, certamente i sintomi di disseccamento che oggi manifesta, non sono dovuti ad un errore degli ulivi ma ad un sistema agricolo tossico.”

In merito a questo attacco la Dottoressa Chiara Madaro “Politiche Socio ambientali e Geopolitica”consulente di European Consumers fa un’analisi ineccepibile:

“Sembrerebbe assodato il nesso tra l’indebitamento dei contadini indiani successivo all’infiltrazione di Monsanto nella produzione rurale indiana e il suicidio degli stessi”

“Colpiscono gli argomenti scelti allo scopo di gettare discredito – spiega la dottoressa Madaro – sulla attendibilità delle affermazioni espresse dalla Prof.ssa Shiva senza mai entrare nel merito scientifico del tema oggetto del messaggio di amicizia e vicinanza che la scienziata indiana, in prima linea nella lotta all’uso dei pesticidi e dell’ingegneria genetica in agricoltura, rivolge agli attivisti pugliesi.

Uno dei temi di maggior rilievo, riguarda tra l’altro l’analisi delle reali conseguenze portate in agricoltura dalla cosiddetta Rivoluzione Verde: la morte dei circa 300mila contadini suicidi negli ultimi 20 anni per una media di 12mila persone all’anno. E’ il tragico record dell’agricoltura indiana, caduta nella trappola del debito in seguito al processo di monopolizzazione del settore cotoniero avviato da Monsanto. Una realtà che viene raccontata come l’ennesima ‘fake’.

Eppure si tratta di un fenomeno reale, di proporzioni tali da far parlare alcuni analisti di ‘genocidio’ e che non ha precedenti nel mondo rurale, inedito rispetto all’introduzione del cotone transgenico BT nel 2002.

Il nesso tra i suicidi dei piccoli agricoltori e il sistema generato dalla spinta delle grandi lobby dell’agribusiness non è denunciato solo dall’attivista e scienziata Vandana Shiva ma anche dalle stesse istituzioni indiane.

Un punto di riferimento, rispetto al tema in oggetto, è il Rapporto Acharya, dal nome dell’autore Basudeb Acharya, capo del Comitato parlamentare permanente per l’agricoltura del parlamento nazionale indiano. Il rapporto, altrimenti  noto con il titolo  ‘Cultivation of Genetically Modified Food Crops – Prospects and Effects’, fa il punto della situazione agricola indiana dopo 4 anni di ricerca durante i quali i componenti del Comitato hanno intervistato tutti gli stakeholders. Punto di partenza delle ricerche: i luoghi in cui il fenomeno è partito, ovvero Vidarbha nel Maharashtra, una delle regioni in cui le attività cotoniere rappresentano la maggiore e più importante forma di guadagno per le popolazioni locali e che oggi, in India, registra la più vasta copertura di produzione di cotone BT.

La commissione stabilì che: ‘[8.124] Durante le estese interazioni con gli agricoltori nel corso delle visite di studio, il Comitato ha riscontrato che non vi sono significativi benefici socio-economici per gli agricoltori a causa dell’introduzione del cotone Bt. Al contrario, essendo una pratica di agricoltura ad alta intensità di capitale, gli investimenti che gli agricoltori hanno dovuto sostenere sono aumentati, esponendoli, in tal modo, a rischi molto maggiori a causa del massiccio indebitamento che la grande maggioranza di loro non può permettersi. Come risultato, dopo l’euforia di alcuni anni iniziali, la coltivazione del cotone Bt ha solo aggravato la miseria dei piccoli agricoltori marginali che rappresentano oltre il 70% delle coltivazioni in India ‘[2].”

Dunque – conclude la dottoressa Madaro – sembrerebbe assodato il nesso tra l’indebitamento dei contadini indiani successivo all’infiltrazione di Monsanto nella produzione rurale indiana e il suicidio degli stessi. Altri studi fanno riferimento anche ad una ulteriore responsabilità, meno sociale e più sanitaria, che legherebbe l’insorgenza di malattie mentali, depressione ed altri deficit cognitivi all’uso di pesticidi[3].”

PIETRO MASSIMILIANO BIANCO, RESPONSABILE COMITATO SCIENTIFICO EUROPEAN CONSUMERS: “LE OSSERVAZIONI CHE AVANZA LA PROFESSORESSA SHIVA VENGONO PERALTRO CONFERMATE DA PARALLELI STUDI CHE DIMOSTRANO LA RAPACE FOLLIA DEL SISTEMA PRODUTTIVO VIGENTE”




“Le osservazioni che in varie pubblicazioni scientifiche avanza la Prof.ssa Shiva, – illustra Bianco – vengono, peraltro, confermate da paralleli e autorevoli studi condotti nei grandi paesi sudamericani[4] e africani[5] e dimostrano la rapace follia del sistema produttivo vigente.

Un sistema il cui tema caratterizzante è costituito dal monopolio che Monsanto detiene rispetto alla produzione del cotone.

Gli agricoltori sono costretti a pagare a Monsanto – dunque ad una corporazione transnazionale privata – le royalty sulla produzione, i semi BT che producono piante sterili, i pesticidi che controllano gli insetti ‘nocivi’.

Naturalmente, essendo in presenza di un monopolio ‘corsaro’, Monsanto può decidere il prezzo dei prodotti che vende, prodotti di cui gli agricoltori hanno sempre più necessità. Si è riscontrato, infatti, che il cotone BT sia esposto ad un maggior numero di insetti nocivi e malattie rispetto al normale cotone a causa di una maggiore suscettibilità contratta rispetto agli insetti succhiatori.

E’ quindi possibile affermare che le promesse propagandate dalla Rivoluzione Verde non siano state mantenute, i guadagni siano stati realizzati solo da Monsanto e le conseguenze di un approccio neoliberale all’agricoltura hanno avuto ricadute economiche dirette (contadini) e indirette (aiuti statali) che hanno peggiorato sia le condizioni di vita e salute degli agricoltori e delle loro famiglie, sia quelle dello Stato, in una spirale crescente di continui esborsi.

Secondo il governo indiano esiste un rapporto inversamente proporzionale tra i profitti di Monsanto e i crescenti debiti contratti dai contadini. Si calcola che il 75% del debito agrario sia da imputare al valore sempre maggiore degli acquisti cui i contadini sono costretti[6].”

Pietro Massimiliano Bianco spiega come si cade in questa trappola:

Tiberti – Bianco European Consumers

“Il meccanismo viene, ancora una volta, disarticolato dalla Prof.ssa Shiva la quale punta l’indice contro le strutture finanziarie sovranazionali e afferma:

‘L’ingresso di Monsanto nel settore dei semi indiano è stato possibile da una Politica sui Semi risalente al 1988 imposta dalla Banca Mondiale, che richiedeva al governo indiano di deregolamentare il settore dei semi. Cinque cose sono cambiate con l’ingresso di Monsanto: Primo, le compagnie indiane sono state inserite in accordi di joint ventures e license (…). Secondo, i semi che erano stati la comune risorsa dei coltivatori, sono diventati ‘proprietà intellettuale’ di Monsanto che ha iniziato a collezionare royalty aumentando, tra l’altro, il costo dei semi. Terzo: i normali semi di cotone impollinati, furono sostituiti da ibridi, compresi gli ibridi OGM. Una risorsa rinnovabile è diventata un articolo brevettato non rinnovabile. Quarto, il cotone che precedentemente veniva coltivato insieme a coltivazioni destinate all’alimentazione, ora cresce in forma di monocoltura, determinando una maggiore vulnerabilità agli insetti nocivi, alle malattie, alla siccità e al fallimento delle coltivazioni. Quinto, Monsanto ha iniziato a sovvertire il processo regolatorio indiano iniziando ad usare risorse pubbliche allo scopo di spingere nella cosiddetta partnership pubblico/privato (PPP) i suoi semi OGM ibridi non rinnovabili‘[7].

Fatti che sollevano questioni di giustizia sociale ma anche di sovranità. Il tema della sovranità alimentare è stato sollevato per la prima volta nel 1996 a Roma dalla Via Campesina, organizzazione rurale molto attiva”.

La dottoressa Chiara Madaro conclude: “Imporre ad un paese politiche neoliberiste in agricoltura significa abbandonare quel paese a dinamiche che conducono direttamente all’ecocidio e al genocidio. Mentre i paesi o le regioni che scelgono di abbracciare l’agroecologia (qui, in Italia, dipinta come un magheggio) hanno ottenuto maggiore resilienza al clima, creazione di posti di lavoro, maggiori rendimenti per gli agricoltori, migliore qualità del suolo[8].  Si è, in sostanza, rigettato un rapporto estrattivo con la terra in virtù di un approccio rigenerativo in cui i guadagni sono condivisi e beneficiano intere comunità”.

Chiosa Chiara Madaro: “E’ proprio vero quello che afferma il già citato Colin Todhunter:

Ciò che le persone comunicano è una questione di scelta. Ma ciò che può essere più rivelatore sono i problemi che scelgono di evitare.”

 

[1] https://www.nextquotidiano.it/vandana-shiva-e-la-verita-sulla-xylella/

[2] https://www.gmwatch.org/en/news/archive/2013/15165-vandana-shiva-on-seed-monopolies-gmos-and-farmer-suicides-in-india

[3] https://www.researchgate.net/publication/301274754_Factors_associated_with_the_farmer_suicide_crisis_in_India

[4] http://www4.planalto.gov.br/consea/eventos/mesa_de_controversias/mesa-de-controversias-sobre-agrotoxicos-2013/mesa_controversias_web.pdf

[5] https://ejatlas.org/conflict/the-retreat-from-monsanto-bt-cotton-burkina-faso

[6] https://www.gmwatch.org/en/news/archive/2013/15165-vandana-shiva-on-seed-monopolies-gmos-and-farmer-suicides-in-india

[7] idem

[8] https://www.globalresearch.ca/approaching-development-gmo-propaganda-neoliberalism-localisation-agroecology/5660332

 

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