E venne il gatto che si mangiò il topo: ‘Il virus dell’incompetenza’

 

 

di Daniel Prosperi

C’è sempre qualcuno di superiore, perché riconosciuto tale da chi si sente inferiore. Forti con i deboli, deboli con i forti.

È il modus vivendi della politica nostrana, fatta della stessa sostanza di cui sono fatti gli stagni. Con il favore della luce del sole, mentre le tenebre sono calate in milioni di famiglie, i probanti e intoccabili governanti dello Stato restano gli unici agenti patogeni della democrazia incompiuta quale continuiamo ad essere. Non è tribunale quello del Diritto d’espressione in apertura ad una lucidità collettiva di quanto inermi siamo costretti a subire.

Il virus dell’incompetenza annidato nei polmoni in posizione intersiziale bilaterale, rappresentati dagli enti territoriali delle congreghe, difese senza possibile contraddittorio in uno Stato di Diritto anche se lo stesso viene superato da personalismi e opportunismo di sorta, consta di moltiplicazioni esponenziali, dai dirigenti ai dipendenti, passando per chi ha i postulati in tasca annichilendo la volontà primordiale di chi ricerca empiricamente la sacrosanta verità.

A fianco di questi “personaggetti delucani”, troviamo le allegorie, le caricature di chi si ostina a dimostrare di voler prendere letteralmente in giro milioni di individui, comuni mortali, tra mascherine lasciate a casa, grigliate da pranzo di lavoro (plausibile un eventuale scambio di informazioni in merito a provviste), tollerati dalla maggioranza inetta della popolazione, la stessa che da spettatore leopardiano alla finestra chiama i carabinieri per i runner solitari.

Un tutti contro tutti articolato nelle varie supercazzole degne di Monicelli. Ma il presidente del Consiglio dei Ministri, il Presidente di Regione, il Sindaco non è un ruolo di un film degli anni ‘70. Ognuno di loro è il pontifex maximus che dovrebbe proteggere l’interesse collettivo, invece ne cura solo l’aspetto astratto della collettività, su ciò che è discrezionalmente migliore in base alle influenze ideologiche e sociali di chi rappresenta le istituzioni, facendo non più superpartes ma interpartes, utilizzando i sassolini della bilancia di “Forum”.

Non so per quanto ancora andrà avanti lo spettacolo, ma quando sarà calato il sipario, dovremmo alzarci e lasciare il teatro vuoto, per tornare liberamente alla nostra casa, non per costrizione ma per volontà ineluttabile personale.

La libertà confusa dall’anarchia istituzionale in cui siamo, a causa del nostro menefreghismo civico, piombati manifesta sintomi di tromboembolie delle vie di fuga.

Invece di applaudire, dovremmo porci domande sull’abbandono del personale sanitario al proprio destino, sulle sperimentazioni autorizzate e ritirate a fronte di tanti decessi, sull’assenza di assistenza per molte persone rinchiuse a casa proprio o nelle case di riposo che c’hanno lasciato, sull’indebolimento (voluto?) del sistema immunitario dell’Italia – oltre che di quello del corpo dell’individuo – rappresentato dall’iniezione di fiducia verso le istituzioni tutte.

Ogni individuo, componendo la maggioranza di massa acritica popolana, è rimasto sadicamente ancorato al proprio orticello da proteggere non si sa da quali nemici.

Il virus è comunque passato in subordine nella concezione collettiva, sostituito in fretta la logica con l’illogica (come fanno ad essere infettati o infettabili appena mettono piede fuori con le accortezze, se il virus non è nell’aria, milioni di persone rimaste chiuse a casa? E se, come ha detto il Papa Nero Water Ricciardi, esso scompare a 24 gradi centigradi in condizioni di caldo-umido?).

Così come esso è diventato talmente meno pericoloso che è considerabile annientato per Decreto, nonostante i contagi non siano mai calati drasticamente. Non ha senso tutto ciò che stiamo vivendo. E forse ce lo stiamo meritando tutto, senza esclusione.

Aspettando Godot

– Opera teatrale di Samuel Beckett. Dramma associato al cosiddetto teatro dell’assurdo e costruito intorno alla condizione dell’attesa,teatro dell’assurdo e costruito intorno alla condizione dell’attesa.

 

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