LA QUESTIONE MERIDIONALE





 

 

di Angelo Ivan Leone

La “Questione Meridionale” nel linguaggio storico-politico indica il divario economico, civile e culturale tra le regioni meridionali e le restanti regioni italiane.

La condizione dell’arretratezza del Sud d’Italia si può far risalire agli illuministi meridionali del ‘700, i quali analizzarono il problema e svilupparono la conclusione che, alla base della questione, ci fosse il predominio sociale ed economico del feudalesimo (estintosi nella gran parte dell’Europa Occidentale d’allora) che portava alla corrispettiva debolezza della forza etica ed istituzionale dello stato. Il predominio del feudalesimo era visibile: nella diffusione del latifondo scarsamente produttivo, nella miseria delle popolazioni contadine e nella mancanza di un ceto medio imprenditoriale.

IL VUOTO DEL POTERE STATALE, LA RADICE DELLA MAFIA

Mafia e Questione Meridionale sono problematiche che si alimentano a vicenda e non è possibile affrontare il problema della criminalità organizzata senza prima risolvere quello del disagio meridionale.

La radice del problema mafioso è da ricercarsi nel vuoto di potere statale che il meridione ha sempre patito.Prima dell’unità d’Italia la mafia e la camorra erano le organizzazioni che servivano i ceti padronali ed opprimevano le classi povere; queste organizzazioni venivano tollerate dai governatori borbonici che le vedevano come capisaldi per difendere il sistema feudale e per mantenere l’ordine nel Sud.

La questione meridionale emerse compiutamente dopo l’unità, nelle analisi condotte da Pasquale Villari (1861) e nelle relazione d’inchiesta parlamentare Massari (1863). Tuttavia la questione meridionale venne affrontata da parte della destra storica allora al potere con una repressione agghiacciante: ci fu una vera e propria guerra civile.

Da una parte, infatti, ci fu lo stato piemontese e poco italiano e dall’altra i contadinibriganti affamati di terra.




 

Terra, è bene ricordare, che era stata espressamente promessa loro dalla marcia trionfante del liberatore Garibaldi, “Garibardo” come lo chiamavano loro. Un esempio di questa repressione fu l’approvazione della Legge Pica nel 1863: fu inviato un corpo di spedizione di oltre 150mila soldati al comando del generale Enrico Cialdini e, quindi, del generale Alfonso Lamarmora e i briganti (che erano diventati tali perché lo Stato non aveva mantenuto le promesse fatte loro da Garibaldi) passarono sotto la

giurisdizione dei tribunali militari.

 

 

I numeri di questa orrenda strage dovrebbero essere incisi nelle pietre di ogni paese del Sud dell’Italia.

 

LA LEGGE PICA PRODUSSE UNO STERMINIO,  7000 CONDANNE E OLTRE 5 MILA BRIGANTI UCCISI

Bersagliere mostra il brigante Nicola 

Napolitano dopo la fucilazione

Vennero comminate, infatti, oltre 7mila condanne a morte e uccisi più di 5mila briganti; diversi paesi che avevano solidarizzato con i briganti medesimi furono incendiati; si calcola che nel corso della repressione del brigantaggio, ci furono più vittime che in tutte le tre le guerre di indipendenza italiane, ovvero che la più grande guerra fatta per liberare l’Italia gli italiani la combatterono tra di loro.

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