La rivoluzione di Donald Trump. Ora anche l’establishment ha paura di diventare precario






 

 

di Mario Galli

Washington D.C. (Discrict of Columbia/USA) – Donald Trump è ufficialmente il 45mo presidente degli Stati Uniti d’America. Ogni 4 anni, il discorso di insediamento pronunciato a Gennaio a Washington, sancisce l’entrata in carica del presidente a stelle e strisce.

Quello di Donald Trump è stato definito, da molti commentatori nostrani, come “un discorso forte“. Solitamente questo tipo di discorso dovrebbe racchiudere i principi ispiratori della futura azione di governo. Prima di fidarci dei commenti di coloro che da qui tifavano sfacciatamente per Hillary Clinton e ora si definiscono spaventati e critici (guarda caso), vediamo il passaggio principale del discorso:

“Ogni decisione, dal commercio, all’istruzione, dalla difesa alla politica estera sarà presa solo e unicamente per l’interesse e il beneficio del popolo Americano. Proteggeremo i nostri confini dalle devastazioni dei nostri vicini, amici o nemici, che si prendono le nostre fabbriche e rubano i nostri posti di lavoro. Non vi deluderò, riporterò in America i nostri soldi e i nostri sogni”.




Perché dovrebbero farci paura queste parole? Sostituite “America” con qualsiasi altra nazione del mondo ed avrete un discorso degno dei nostri tempi. Di che tempi sto parlando?

Sto parlando di un momento in cui tutti ci stiamo rendendo conto che la sovranazionalità, i sovragoverni, il mondialismo, la globalizzazione il “volemose bene” per forza sono stati mezzi utilizzati per farci vedere il miraggio del benessere diffuso, ma che hanno solamente arricchito chi già era ricco e potente ed impoverito, precarizzato e, spesso ucciso coloro ai quali promettevano un eldorado che non c’era.

Trump ha dichiarato apertamente il disimpegno americano su vasta scala. Ha senso spendere miliardi di dollari e migliaia di vite umane per esportare democrazia, quando si ha una povertà spaventosa dentro casa? La risposta non è ovvia solo per chi continua a guardare Obama e Clinton con il prosciutto sugli occhi, invece di guardare bene che mondo hanno lasciato il loro interventismo globale.

Ma veniamo all’Europa. L’establishment piagnone va dicendo che Trump sarebbe d’accordo con Putin per smembrare l’Europa, il che sarebbe anche confermato dal sandwich che Marine Le Pen avrebbe ingurgitato nei pressi della Trump Tower (anche io nel 2011 mi fotografai di fronte l’entrata della Trump Tower, ma non per questo fui assoldato per distruggere le politiche europee).

Un’Europa come quella di adesso, divisa, in preda all’hashtag #Brexit, senza una politica estera comune e sempre più vecchia, povera ed improduttiva, pensate possa far paura a colossi come Russia, Cina, Iran, India, Usa? Non mi fate ridere.

Semmai l’Europa decidesse di diventare qualcosa di serio ed umano, fatemi un fischio, ma doveva deciderlo vent’anni fa, non ora che si trova costretta. Oppure sarà meglio abbandonare questa malsana idea di uno stato europeo al solo servizio delle lobby e non dei popoli ed abbandonarci al nuovo corso aperto da Trump: un nazionalismo globalizzato, laddove ogni nazione è un centro produttivo che interagisce con altre nazioni nell’interesse dei propri cittadini e delle proprie aziende; senza dover rincorrere il profitto, ma l’occupazione, rendendo possibile ciò che oggi appare impossibile.

Foto CNN


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